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sabato 8 aprile 2017

La tradizione "de parme" Domenica delle Palme.

Nella zona del "Reventino" che comprende diversi comuni fra cui San Pietro Apostolo e siamo nella provincia di Catanzaro, nella tradizione qualche giorno prima "de parme" si andava per le campagne armati di forbicetta e portare il più possibile dei rami d'ulivo e anche di alloro, venivano preparati a mò di mazzetto e il mattino della Domenica delle Palme i rami di ulivo e di alloro venivano addobbati con i caratteristici “taralli col naspro”, biscotti, fiocchi colorati e caramelle. E si andava tutta la famiglia vestiti a festa già "da missa prima" ( la prima Santa Messa domenicale) e poi venivano benedetti e solo dopo ai più piccoli era permesso mangiare i dolci e caramelle attaccati nella "parma".Tradizioni oramai purtroppo quasi dimenticate. Invece ancora viva come tradizione in provincia di Reggio Calabria esattamente a Bova la Domenica delle Palme si festeggia con un rito probabilmente poco conosciuto ma unico nel suo genere. I contadini, intrecciando con maestria e pazienza, foglie di ulivo intorno ad un asse di canna, costruiscono delle figure femminili, le cosìddette "pupazze”, differenziabili per dimensioni in madri e figlie. Dopo la benedizione, le “sculture”, portate fuori dalla chiesa, sono avvicinate dalla gente ed in parte smembrate delle loro componenti, le “steddhi”, che vengono distribuite fra i presenti. Alcuni collocano almeno una “steddha” su un albero del proprio podere, dove rimarrà per tutto l’anno come segno di benedizione e a testimonianza dell’intimo rapporto sacro che unisce uomo e creato. Altri fissano le trecce di ulivo sulla parete della camera da letto, altri sull’anta della cristalliera, assieme alle immagini di santi e alle foto dei propri cari. Infine, c’è chi utilizza le foglie benedette per “sfumicari”, cioè togliere il malocchio dalla casa, compresi i suoi abitanti, ponendo su una brace ardente tre grani di sale e quattro foglioline benedette, disposte a croce. Il fumo che si innalza dalla brace incensa l’ambiente, accompagnato dalla recita della seguente preghiera: “A menza a quattru cantuneri nci fu l’Arcangelu Gabrieli, du occhi ti docchiaru, tri ti sanaru. Lu Patri, lu Figghiu, lu Spiritu Santu. Tutti li mali mi vannu a mari e lu beni mi veni ccani. Lu nomu di San Petru e lu nomu di San Pascali, lu mali mi vai a mari lu beni mi veni ccani”. I ramoscelli benedetti, anche se vecchi di un anno, conservano intatta la loro sacralità, pertanto per disfarsene non vengono buttati nella spazzatura ma vengono inceneriti nel fuoco.

giovedì 6 aprile 2017

San Pietro Apostolo e il Gen. Garibaldi

San Pietro a Tiriolo, si, cosi fu dato il nome e dopo aver avuto l'autonomia amministrativa fu cambiato in San Pietro Apostolo nel 1860, ed a ciò contribuì anche la sosta del Generale Giuseppe Garibaldi durante l'eroica Spedizione dei Mille, infatti la notte del 28 agosto del 1860 riposò in casa di Don Anselmo Tomaini nella sua trionfale avanzata verso il Napoletano. Una curiosità la tazzina dove il Generale Garibaldi bevve il caffè è ancora gelosamente custodita dai discendenti Tomaini. Dagli scritti dell'epoca "Ci rimettemmo alacremente in viaggio traversato Tiriolo, la notte si prese stanza a San Pier di Tiriolo (oggi San Pietro Apostolo). Io alloggiai in una umile casa privata in compagnia del sottotenente Picozzi, del capitano Canzio e di Antonio Gallenga. Dopo cena continuarono a letto le più pazze risate per uno schioppettio di motteggi di codesti due uffiziali burloni a tutte spese del Gallenga. Ma ecco d'improvviso ci sentiamo diabolicamente abburattati, con il cigolio di porte, di stipiti, di travi e di muraglie. Io caddi dal letto; Gallenga n'era sceso, e barcollando come briaco, sillabò: Il terremoto! I sussulti e le sue oscillazioni perseveravano. Io agguantai in tempo la lucerna in atto di capovolgersi e la mantenni accesa. La sua luce tremolante illuminava a sprazzi la guancia costernata, il costume in naturalibus e le capriole del Gallenga; laonde più potè in noi in questo quadretti fiammingo che la coscienza della sovrastante ruina, e abbiamo riso sino ad averne lo stomaco doloroso. (Infatti ci fù una scossa di terremoto). Seguita la calma, l'ex -regicida,ricoricandosi, mormorava fra i denti: Il malanno e la malapasqua. La stanchezza ci vinse e dormimmo sino all'alba, insensibili a nuove ma più umani scosse. All'alba in sella. A ventiquattro guide, comandate da Nullo, fu commessa una ricognizione sul nemico trascinatosi alcune miglia là. Badate, Garibaldi raccomandò secondo il consueto, di non inoltrarvi troppo. Io m'aggiunsi a quello stuolo d'amici, e via. Dopo otto miglia eccoci al tu per tu coi posti avanzati delle tre brigate. Erano le cinque ore. Un torrentello separavali da noi. Discernevamo i comignoli delle case e il campanile del villaggio di Soveria situato in una valle oblunga. I garibaldini a Soveria Mannelli, dove ottennero la resa dei soldati borbonici. Al Generale Garibaldi vennero dedicate diverse lapidi che ancora oggi possono esser lette in quanto affisse sulla parete di casa Tomaini, in particolare la seconda venne posta alla presenza del nipote del Generale nel 1960 (centenario della sosta nel paese); essa riporta così: DA QUESTA CASA IL 30 AGOSTO1860 GIUSEPPE GARIBALDI MOSSE ALLA VOLTA DI SOVERIA MANNELLI QUESTA POPOLAZIONE OGGI COME IERI COMPATTA NELLA ESALTAZIONE DEI SUPREMI IDEALI DI LIBERTA' E DI GIUSTIZIA CON COMMOSSO ORGOGLIO NE COMMEMORA IL CENTENARIO S. PIETRO APOSTOLO 29 - 8 - 1960

sabato 4 dicembre 2010

San Pietro Apostolo e i suoi palazzi.


All'inizio della costruzione del paese le abitazioni sorsero nella zona dove è sita la Chiesa (ingrandendosi, successivamente, sempre verso il lato del territorio) incerchiate entro un terreno di natura boschiva.
Nell'interno dell'abitato sorsero successivamente diverse case appartenenti a nobili proprietari, come, ad esempio il palazzo Mazza (la foto che si vede si riferisce proprio al palazzo mazza in una delle sale) e quello del palazzo Tomaini.
Il primo fu rafforzato da grosse mura di pietra tutt'intorno, così da aver maggior sicurezza, e, come si può vedere tutt'oggi, vi furono praticati due fori sulla sommità del portone dell'entrata principale dai quali la servitù poteva sparare o lanciare olio o acqua bollente nel caso che si cercasse di entrare clandestinamente.
Il secondo, il palazzo Tomaini,ebbe le stesse caratteristiche di sicurezza del primo e fu la dimora, anche se solo di una notte il 28 agosto del 1860 del Gen. Giuseppe Garibaldi ancora si conserva la tazzina dove sorseggiò il caffè.

Gli antichi telai di Tiriolo

Tiriolo Piccolo e grazioso borgo del catanzarese di un panorama unico la cui vista abbraccia i due mari lo Ionio ed il Tirreno, ed è qui che...